26 apr 2017

6.0 Commiato - Cos’è il Ring?


È il caso di ripeterci questa domanda alla fine della favola, ora che siamo finalmente tornati “…a riveder le stelle”?(1) Adesso abbiamo davvero la conferma che essa, raffigurandolo poeticamente e musicalmente, racchiude proprio l’intero Universo, l’alfa e l’omega della nostra esperienza umana, allo stesso tempo intrinsecamente legati all’allegoria dello sviluppo della Musica… Si può anche provare ad interpretarla, per decifrarne un possibile messaggio, o magari – ammesso che esista - la cosiddetta morale della favola?

Per evitare di dare risposte affrettate a questa domanda, sarà utile ripercorrere il cammino che l’opera ha compiuto nella mente (e persino nel corpo) del suo ideatore e compositore: ebbene, si è già ripetutamente accennato alle sommarie fasi della gestazione di questa immensa allegoria, nata con prospettive, diciamo così (e sempre relativamente alle manie di grandezza di Wagner) modeste, e poi letteralmente esplosa nelle stesse mani del suo Autore.

Si può qui parlare, almeno esteriormente, di un fenomeno analogo a quanto accade nei moderni processi di produzione di un film o di un libro giallo: come ben sappiamo, ogni buon regista cinematografico e abile scrittore predispongono alcune possibili varianti e soluzioni per il finale: ad esempio portando avanti l’azione in modo tale che i sospetti sul colpevole di un assassinio si possano indirizzare su almeno un paio, se non di più, dei personaggi principali. Sarà soltanto l’ultima scena (o l’ultima pagina del testo) a rivelare al pubblico la soluzione della vicenda. E non è raro che il regista o lo scrittore girino o scrivano più di una variante del finale medesimo, per poi scegliere quella da proporre al pubblico solo al momento di mettere la pellicola, o il libro, in circolazione. 

Ecco, Wagner ha fatto una cosa simile, certo senza programmarla fin dall’inizio a tavolino, ma semplicemente perchè spintovi di volta in volta dalle circostanze e da stimoli di natura endogena o esogena: innanzitutto da genuini cambiamenti d’idea maturati nel lungo tempo di gestazione dell’opera, a fronte di letture o incontri con persone o filosofie (leggi Feuerbach e Schopenhauer). Ma forse anche dal desiderio di accontentare qualche amico (ad esempio il re Ludwig, suo protettore) o la moglie Cosima? O semplicemente per vedere come vengono e quindi scegliere per il meglio?

Ebbene, la cosa certa è che il buon Wagner predispose (nel giro di diversi anni) perlomeno tre diversi finali del suo film! Per poi decidere – al momento della definitiva pubblicazione - di chiuderlo con una quarta soluzione! Sarà quindi il caso di passare in rassegna queste quattro successive versioni.
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Note:
1. A proposito, non esagera di certo chi annovera il Ring fra le più alte vette dell’arte umana, affiancandolo alla dantesca Commedia!


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Helle Flammen scheinen in dem Saal der Götter aufzuschlagen. Als die Götter von den Flammen gänzlich verhüllt sind, fällt der Vorhang.
(Chiare fiamme sembrano prorompere nella sala degli dèi. Come gli dèi sono dalle fiamme totalmente avvolti, cade il sipario.)
(Götterdämmerung – L’ultima immagine del Ring)
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fram sé ec lengra um ragna röc (da lontano scorgo il destino degli dèi)
(Edda Poetica – Völuspá - Profezia della Veggente)
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orð mér af orði orðs leitaði (parola da parola mi condusse a parole)
(Edda Poetica – Hávamál – Píslir og rúnir, Discorso Runico di Odin)
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Il principio degli esseri è l'infinito… in ciò da cui gli esseri traggono la loro origine, ivi si compie altresì la loro dissoluzione, secondo necessità: infatti reciprocamente scontano la pena e pagano la colpa commessa, secondo l'ordine del tempo... (Anassimandro, 600 A.C.)
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L'"intento" degli dèi sarebbe compiuto quand'essi giungessero ad annullarsi nella creazione dell'uomo, quando cioè essi si spogliassero d'ogni influsso immediato sopra la libertà della coscienza umana. (RW: Abbozzo in prosa del 1848)
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La tetralogia L'Anello del Nibelungo può considerarsi un'epopea cosmogonica la cui prima e la cui ultima parola è l'elemento assoluto manifesto e pensabile come «acqua» ed esprimibile come «musica» cioè suono del beato silenzio: è l'enorme pedale in MI bemolle, di cui la tonica isolata è sostenuta per molte battute, al principio della prima Giornata del dramma, L'Oro del Reno, ed è la frase finale di due battute sull'accordo di terza di RE bemolle, al termine dell'ultima Giornata, Il Crepuscolo degli dei. (Augusto Hermet 1889-1954 - “La Parola Originaria”)
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…musica che è già in sé drammaturgia assoluta e autosufficiente, e chi ha un barlume di intelligenza sa che la musica è prima del mondo, e che è il mondo a modellarsi sulla musica… (Quirino Principe)

Perchè Wagner va studiato

Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi (in buona misura) si possono godere senza particolari prerequisiti (studi di musica o musicologia): un buon “orecchio” e un minimo di predisposizione sono più che sufficienti per apprezzare le loro opere e godere delle infinite “perle musicali” che contengono. Poi, lo studio servirà certamente ad approfondire i particolari delle composizioni, i retroscena, i nessi causa-effetto, e in fin dei conti ad apprezzare ancor più e meglio quelle opere.

Con Wagner la cosa non funziona proprio, così come difficilmente funziona – nel campo della musica strumentale – con Mozart o Beethoven o Bruckner, per fare solo qualche nome. È francamente difficile poter comprendere ed apprezzare fino in fondo una sinfonia di Beethoven, se non si ha un minimo di conoscenza delle forme musicali, del linguaggio sinfonico e, soprattutto, del “programma interno” che sta alla base della composizione. Senza di questi, si potrà magari godere una frase musicale particolarmente accattivante (come accade, per dire, ascoltando un balletto di Ciajkovski o un walzer di Strauss) ma difficilmente si potrà raggiungere quella particolare condizione di piena e completa “conoscenza-coscienza” di quell’opera d’arte.

Le opere di Wagner (parlo qui delle sette ultime, Ring, Tristan, Meistersinger e Parsifal, ma in qualche misura ciò vale anche per Lohengrin) sono un insieme inscindibile di poema, musica e didascalie di scena, insomma: tutto ciò che troviamo scritto sulla partitura. E quindi: limitarsi ad ascoltare la musica, senza comprendere le parole che vengono cantate (o declamate) fa correre il rischio di non capir nulla (come minimo) e di annoiarsi, quando non addirittura di cadere in uno stato di esasperazione e maledire Wagner per il resto dei propri giorni, rifiutando ogni e qualunque successivo contatto. Sì, perché Wagner non scrive “musica che si serve di parole (più o meno pertinenti) per manifestarsi”; ma si esprime in parole-musica, un insieme del tutto inscindibile. Allo stesso modo, per un regista o scenografo, ignorare – o, peggio ancora, contraddire – le didascalie poste da Wagner in partitura, significa ignorare o addirittura stravolgere le intenzioni dell’autore, e distorcerne totalmente il pensiero e il messaggio artistico.

Il Ring (“L’Anello del Nibelungo”, detto volgarmente “Tetralogia”, essendo costituito da quattro opere) è certamente l’esempio più completo e palpabile della wagneriana “Gesamt-Kunst-Werk” (Opera d’Arte Totale).

daland

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